
Il tuo negozio è sommerso di richieste alle pagine dei filtri — colore, taglia, prezzo, ordinamento — e il server arranca. La reazione più istintiva è: «tolgo i filtri dal sito e il problema sparisce». Quasi sempre, però, non funziona. Qui ti spieghiamo perché rimuovere i filtri non ferma le ondate, e cosa invece le ferma davvero.
Il problema non sono i pulsanti, sono le richieste
Con «faccette» intendiamo i filtri delle categorie: ogni combinazione (/scarpe/?filtro_colore=rosso&taglia=42&ordina=prezzo) è un indirizzo diverso, e un catalogo ne genera a migliaia. Il carico nasce perché qualcuno chiede quegli indirizzi in massa: i motori di ricerca che li scansionano a ondate, oppure campagne automatiche che li martellano.
Ecco il punto: a pesare sul server è la richiesta in arrivo, non il pulsante del filtro sulla pagina. Togliere i pulsanti cambia come appare la pagina a un visitatore umano, ma non cambia nulla per chi quegli indirizzi li chiede già da fuori.
Perché togliere i filtri non basta
Gli indirizzi sono già «là fuori»
Quelle pagine filtrate sono già nell’indice di Google, nella coda di scansione dei crawler, nei link sparsi per il web e — nel caso di una campagna — nella lista di chi ti sta martellando. Rimuovere i filtri dal sito non cancella quegli indirizzi dalla memoria di chi li richiede: continuano ad arrivare esattamente come prima, per giorni o settimane.
Il server risponde comunque a quegli indirizzi
Il pulsante del filtro è solo un modo comodo per costruire l’indirizzo. Ma l’indirizzo con i parametri (?filtro_...=) continua ad arrivare, e il tuo CMS continua a elaborarlo: genera la pagina, fa un reindirizzamento, oppure risponde «pagina non trovata». Anche una risposta «non trovata» è lavoro, e moltiplicata per migliaia di richieste pesa eccome. In pratica hai nascosto la porta, ma la porta risponde ancora a chi bussa.
Una campagna automatica non usa i tuoi pulsanti
Se dietro le ondate c’è traffico automatico aggressivo, quello non «clicca» i filtri: ripete direttamente gli schemi di indirizzo che ha già raccolto. Che sul sito i filtri ci siano o no, per lui è indifferente.
E intanto peggiori il sito per i clienti veri
Togliendo i filtri togli ai tuoi clienti uno strumento utile per trovare i prodotti — e lo fai senza nemmeno risolvere il carico. È il peggiore dei due mondi.
Un paragone: è come togliere il cartello di una strada che però è già sul navigatore di tutti. Le auto continuano ad arrivare lo stesso.
Cosa funziona davvero

Il carico si gestisce dove nasce — sulle richieste — non sull’aspetto della pagina. Due leve, complementari.
1. Dire ai motori di smettere di chiederle
Ai crawler legittimi (Google, Bing) si comunica di non scansionare gli indirizzi dei filtri, con il file robots.txt: la scansione dei filtri cala in pochi giorni e con lei il carico. È lo strumento giusto per il lato SEO, lo spieghiamo passo per passo in Filtri a faccette: bloccali subito con robots.txt. Attenzione: robots.txt è un’istruzione che solo i bot «educati» rispettano, non ferma le campagne dannose, e ci mette qualche giorno a fare effetto.
2. Gestire le richieste prima che arrivino al server
Qui entra la rete iWebLab Edge con iWebLab Cache Pro: le richieste alle pagine dei filtri vengono servite dalla cache, così non arrivano a far lavorare il tuo server, e Sentinella riconosce dal comportamento le ondate automatiche dannose e le gestisce — senza mai fermare i motori di ricerca, che devono poterti leggere. Funziona subito e a prescindere dal fatto che i filtri siano ancora sulla pagina. Come e perché lo raccontiamo in Sentinella: perché servire i bot dalla cache invece di bloccarli.
Le due leve lavorano insieme: robots.txt riduce alla radice quanto i motori chiedono, la rete iWebLab assorbe quello che arriva comunque. E i filtri, sul sito, restano al loro posto per i clienti.
E le poche combinazioni che valgono?
Se alcune combinazioni sono pagine che i clienti cercano davvero («scarpe da corsa rosse»), non vanno né nascoste né lasciate come semplici filtri: conviene trasformarle in categorie o pagine dedicate, con un indirizzo pulito e un contenuto proprio. Tutto il resto dei filtri si gestisce come sopra.
In sintesi
Rimuovere i filtri agisce sull’aspetto della pagina, non sulla causa: le richieste a quegli indirizzi continuano ad arrivare — dall’indice di Google, dai link, dalle campagne automatiche — e il server continua a risponderci. Si risolve dove nasce il traffico: con robots.txt per il lato motori di ricerca e con la rete iWebLab Edge e iWebLab Cache Pro per assorbire le ondate, lasciando i filtri ai tuoi clienti. Vuoi che guardiamo il tuo negozio e prepariamo la strada giusta? Apri un ticket, oppure scopri di più nella pagina di iWebLab Cache.
Cerca tra le nostre guide: molti problemi hanno già una risposta passo passo.
Oppure apri un ticket: ti risponde subito Jarvis e, se serve, un tecnico.