Quando si lancia una campagna su Google Ads, Meta o un altro canale a pagamento, la tentazione è sempre la stessa: prendere l’indirizzo della categoria del negozio, applicare un paio di filtri («rosso», «taglia 42», «in offerta») e usare quel link come destinazione dell’annuncio. È veloce e sembra preciso. In realtà è una delle scelte che fa sprecare più budget, e spesso rallenta anche il sito per tutti gli altri visitatori. Vediamo perché, e perché una landing page fatta bene rende quasi sempre di più.
Il problema degli indirizzi con i filtri
Un indirizzo con filtri, per esempio /scarpe/?filter_colore=rosso&filter_taglia=42&orderby=price, è una pagina generata al momento dalla combinazione dei parametri. Per una campagna questo crea diversi problemi.
1. Pagine lente proprio quando paghi il clic
Le pagine normali di un sito possono essere servite dalla cache, già pronte, in pochi millisecondi. Le combinazioni di filtri sono troppe per stare in cache: ogni visita le fa generare da zero dal server. Quando la campagna parte e arrivano centinaia di visitatori nello stesso momento, il server deve costruire la stessa pagina pesante centinaia di volte. Il risultato è una pagina lenta per chi ha cliccato l’annuncio, e un sito più lento anche per tutti gli altri.
Ogni secondo di attesa fa abbandonare una parte dei visitatori. Con le campagne a pagamento quei visitatori li hai già pagati.
2. Annunci che costano di più
Le piattaforme pubblicitarie valutano la pagina di destinazione: velocità, pertinenza con l’annuncio, facilità d’uso da telefono. Su Google Ads l’esperienza sulla pagina di destinazione entra nel punteggio di qualità, che a sua volta incide sul costo di ogni clic. Una pagina lenta e dispersiva fa pagare di più lo stesso risultato.
3. Risultati che cambiano o spariscono
Un filtro mostra quello che c’è a magazzino in quel momento. Se il prodotto rosso taglia 42 finisce, la pagina dell’annuncio diventa vuota o mostra «nessun prodotto trovato», ma la campagna continua a spendere. Lo stesso succede se cambi il tema o il plugin dei filtri: i nomi dei parametri cambiano e tutti i link delle campagne smettono di funzionare senza che nessuno se ne accorga.
4. Conflitto con robots.txt
Una buona pratica SEO è bloccare i filtri a faccette con robots.txt, per non far sprecare la scansione a Google. Ma i sistemi pubblicitari devono poter controllare la pagina di destinazione. Il controllore di Google Ads, per esempio, non segue le regole generali di robots.txt e va citato per nome; altri sistemi possono invece rispettarle e segnalare la pagina come non raggiungibile. Mandare le campagne sui filtri ti costringe a scegliere fra un sito ordinato per i motori e annunci che funzionano.
5. Una pagina pensata per sfogliare, non per comprare
Una categoria filtrata è fatta per chi cerca e confronta: colonna dei filtri, ordinamenti, decine di prodotti, paginazione. Chi arriva da un annuncio ha già un’intenzione precisa. Trovarsi davanti a una griglia generica, magari con i filtri che su telefono occupano mezzo schermo, è il modo più rapido per perderlo.
La soluzione: una landing page fatta bene
Una landing page è una pagina costruita apposta per una campagna, con un indirizzo pulito e stabile, per esempio /scarpe-running-rosse/. Ecco perché rende di più:
- È veloce: è una pagina normale, che può essere servita dalla cache. Sulla rete iWebLab Edge arriva al visitatore da vicino, anche quando la campagna porta molto traffico tutto insieme.
- Riprende il messaggio dell’annuncio: stesso titolo, stessa offerta, stessa immagine. Chi clicca ritrova quello che ha visto, e si fida.
- Ha un solo obiettivo: un pulsante chiaro, «Acquista», «Richiedi un preventivo», «Prenota», senza distrazioni.
- È stabile: non dipende dal magazzino del momento né dai parametri di un plugin. Puoi scegliere tu quali prodotti mostrare e cosa fare se uno finisce.
- Si misura bene: un indirizzo dedicato rende semplice leggere i risultati della campagna e provare varianti diverse.
- Può servire anche alla SEO: una landing page ben scritta su un tema cercato, come «scarpe da running rosse», può diventare una pagina utile anche nei risultati di ricerca, al posto di un filtro che invece andrebbe bloccato.
Come costruirla
- Un titolo che riprende l’annuncio e dice subito il vantaggio.
- Una selezione di prodotti o un’offerta precisa, non l’intero catalogo.
- Un solo invito all’azione, ripetuto in cima e in fondo alla pagina.
- Elementi di fiducia: recensioni, spedizioni e resi, metodi di pagamento.
- Immagini leggere: con Image Optimizer diventano WebP o AVIF senza perdere qualità.
- Prova da telefono prima di lanciare la campagna: la maggior parte dei clic arriva da lì.
E i parametri di tracciamento?
I parametri aggiunti dalle piattaforme per misurare le campagne, come utm_source, gclid o fbclid, sono un’altra cosa: non cambiano il contenuto della pagina. Con iWebLab Cache sulla rete iWebLab Edge questi parametri vengono riconosciuti, e la pagina resta servita dalla cache anche quando l’indirizzo li contiene. Il problema riguarda solo i parametri che cambiano davvero la pagina, come i filtri e gli ordinamenti.
In sintesi
- Gli indirizzi con filtri sono lenti sotto carico, costano di più negli annunci, si rompono quando cambiano magazzino o tema e entrano in conflitto con robots.txt.
- Una landing page dedicata è veloce, coerente con l’annuncio, stabile e misurabile.
- I parametri di tracciamento delle campagne non sono un problema: lo sono i filtri.
Stai preparando una campagna e vuoi che la pagina regga il traffico? Apri un ticket prima del lancio: controlliamo velocità e cache della pagina di destinazione.